peperonity.net
Welcome, guest. You are not logged in.
Log in or join for free!
 
Stay logged in
Forgot login details?

Login
Stay logged in

For free!
Get started!

Text page


creatures wolf - Animals/Nature
fairydark.peperonity.net

MALVAGITA'


undefined


undefined
Continua...


undefined
[Chiudi]


undefined
[Chiudi]


undefined

CAPITOLO 11

(Aspetti particolari della materia).





11.1 Il problema della malvagità.



Il titolo di questo paragrafo dice chiaramente che intendiamo occuparci della malvagità e non del male. Ma qual è la ragione che sta alla base della distinzione che abbiamo operato tra i due termini? Nel paragrafo 5.3 avevamo concluso la nostra ricerca sostenendo che il bene e il male sono concetti applicabili soltanto ai due aspetti opposti concernenti il fluire della vita in generale, dove il bene indica conservazione-incremento-miglioramento e il male distruzione-diminuzione-deterioramento. Tuttavia il male, così posto, più che all’opera dell’uomo fa pensare alle conseguenze di cataclismi naturali e soltanto secondariamente tale negatività è “analogicamente” riferibile a comportamenti umani criminosi. È vero che un piromane può produrre gli stessi effetti di un fulmine e che un terrorista (il quale riuscisse a far saltare una diga) quelli di un’alluvione, ma questi fanno parte dei pochi casi in cui esiste un’omogeneità di effetti tra eventi naturali e atti umani.



Nella maggior parte dei casi la malvagità si estrinseca più spesso con un danno psicologico prima che fisico alla vittima designata e soltanto nei casi estremi produce danni fisici e morte. La crudeltà (la specifica condizione mentale alla base dell’azione malvagia) è una forma mentis che si forma del tutto indipendentemente dalla natura, in quanto in questa tutto il danno che viene arrecato da un animale ad un altro ha “sempre” un sua ragion d’essere riposta nella ragione biologica [149], mentre tra gli uomini il male viene favorito o inferto ad una vittima soltanto per odio o disprezzo, con motivazioni del tutto soggettive e arbitrarie, fino a raggiungere un’autentica gratuità priva di alcuna giustificazione. Una forma naturale di crudeltà (propriamente: la “ferinità”) è diffusissima in natura (ne abbiamo anche citati alcuni esempi al paragrafo 2.4 a proposito dell’Argomento etico) e non ha assolutamente nulla di riprovevole, neanche da un punto di vista etico, poiché è strettamente “funzionale” all’animale che l’esercita in quel momento e in quella data situazione. Ora, il punto cruciale sta nel fatto che nel contesto sociale contemporaneo vi è scarsissima giustificazione biologica nell’esercizio della crudeltà da parte dei nostri simili, per cui bisogna utilizzare un diverso concetto per definire l’esercizio gratuito della crudeltà degli uomini, che è appunto quello di malvagità. Ma se la malvagità umana è estranea alla ragione biologica a che cosa può essere riferita?


L’accesso all’aiteria ha sicuramente costituito un fatto straordinario dell’evoluzione biologica e possiamo ritenerlo nel complesso sicuramente positivo, senza bisogno di entrare in superflue esemplificazioni. E ciò non tanto perché le esperienze idemali siano di per se stesse granché significative da un punto di vista biologico (di solito favoriscono la vita, ma in modo non essenziale) bensì perché si può ritenere con buona approssimazione che abbiano aiutato gli uomini a stare meglio insieme e a provare qualche piacere in più, in compagnia o da soli, e quindi a sopportare meglio l’ignoranza e la sofferenza. Tuttavia, avviandoci verso la fine del nostro trattatello mi corre l’obbligo di confessare che ad un certo punto delle mie riflessioni sull’aiteria, ho dovuto affrontare un terribile dubbio: quello che essa potesse celare in sé una sorta di “doppio” specularmente negativo. Tale doppio avrebbe potuto contenere tra i suoi caratteri anche quello della malvagità umana, la quale, ambiguamente e spesso tragicamente, riesce a coniugarsi con una sorta di razionalità perversa, votata alla distruzione e alla morte. Questa razionalità negativa, d’altra parte, esiste realmente e la si coglie nel modo in cui i malvagi realizzano i loro progetti, talvolta studiati minuziosamente in ogni minimo dettaglio. Per breve tempo ciò ha turbato i miei sonni e paradossalmente ha configurato all’interno di un dualismo che vuol essere alternativo a un monismo ormai sclerotizzato un secondo livello di esso, con un secondario “dualismo oppositivo” (bene-male) nell “altro” dalla materia. Ciò prefigurava il rinascere di un manicheismo ormai sepolto fin dal Basso Medioevo [150], ma tuttavia vitalissimo quale aspetto collaterale di tutte le ideologie [151], laiche o religiose che siano, di ieri, di oggi e di domani.



Potrei sottolineare il fatto che il dubbio è durato lo spazio di una metaforica notte, rafforzando subito dopo la convinzione che l’aiteria si dispieghi in modo assolutamente omogeneo del tutto “fuori” dell’ambito di negatività che ho indicato. Tuttavia, l’ombra lunga di questo dubbio ha continuato a ricomparire ad intervalli, richiedendo ogni volta un ulteriore approfondimento che alla fine è sfociato nella conclusione che sia da escludere ogni coinvolgimento dell’aiteria nei fenomeni umani riconducibili alla malvagità. Debbo però precisare che a ben vedere vi è il carattere alfa (l’estetica), il quale, data la sua estrema ambiguità, lascia spazio a ritenere talvolta che una qualche forma di perversità contribuisca a risultati estetici di rilievo. Ma l’eventuale perversità nell’estetica, (quantunque talvolta possa essere effettivamente foriera di atti malvagi) per lo più si esaurisce nel contesto dell’arte e quasi mai in quello della vita reale, sebbene il rischio che ciò avvenga non va trascurato [152]. Possiamo pertanto ritenere con buone ragioni che nell’estetica la malvagità venga soltanto rappresentata e che alla maniera della tragedia greca (secondo l’interpretazione aristotelica) produca più spesso catarsi che esempi da imitare. Si può ancora aggiungere che molto spesso l’arte, nel rappresentare la malvagità ne “pone il problema”, alzando la soglia dell’attenzione sul fenomeno e provocando quindi il dibattito su di essa. Che esista tuttavia una certa categoria di prodotti estetici che mettono in scena la malvagità (e che persino ne sostengono la legittimità [153]) rientra nella specificità di questa negativa specificità antropica, la quale peraltro può presentare anche aspetti non negativi, in quanto può includere forti elementi di rottura delle convenzioni del gusto o delle convenzioni correnti, mettendo in scena una trasgressività formale e talvolta provocatoriamente spettacolare che può dare luogo a delle retroazioni positive. Ma a questo proposito ritengo assai più pericolose alcune forme di saggistica storica e filosofica di carattere razzista miranti a stigmatizzare il “male” del quale sarebbero portatori categorie o razze di individui ritenuti pericolosi per l’integrità di un principio, di una comunità o di un’intera nazione. Ne sono esempio i trattati razzisti dell’inizio del ‘900, che hanno poi portato ai terribili genocidi culminati nella shoah ebraica del secolo appena scorso.



Tuttavia la questione non può essere lasciata cadere e bisogna domandarsi che cosa possa spingere personaggi (tipo Hitler e Himmler), non specificamente assoggettabili alla psichiatria convenzionale, a studiare e pianificare la distruzione di un popolo e promuovere tanta efferatezza e crudeltà con una razionalità non priva di raffinatezze. D’altra parte, siccome è difficile pensare che la malvagità, in quanto produttrice di una sofferenza non legata alla necessità ma eleuteriamente scelta (e quindi “innaturale”), sia un elemento “naturale” del comportamento umano (come voleva Sade) bisognerebbe ipotizzare che essa sia del tutto fuori da ogni schema riferibile alla ragione biologica. Ma se è così essa non sarebbe neppure soggetta alla necessità, quindi “eccederebbe” la materia stessa e finirebbe per diventare un analogo “per opposizione” delle comportamentali categorie analogiche dell’aiteria. È infatti indubitabile che la malvagità sia causa di effetti che si dispiegano nell’ambito della materia, ma ad essa non sembrano imputabili nella misura in cui la malvagità umana non è per nulla assimilabile alla ferinità degli altri animali se non altro per le sue modalità di esercizio. Ora, se l’uomo ha accesso attraverso l’idema soltanto all’aiteria quale seconda realtà, ma i prodotti della malvagità non sono ad essa riferibili sorge una domanda ineludibile che suona press’a poco così: se la malvagità non è riducibile alla materia e neppure all’aiteria, quale ne può essere l’origine e quale la realtà di riferimento?



Per rispondere a questa domanda dobbiamo fare un passo indietro e riconsiderare la struttura della mente nel suo complesso, riesaminando il ruolo centrale ricoperto dalla psiche e la sua capacità di condizionare e in qualche caso addirittura di asservire ai suoi fini le altre due organizzazioni materiali (intelletto e ragione). Ora, se noi consideriamo che la struttura mentale in generale, ma specialmente la psiche (che è l’organizzazione più rigidamente predeterminata e meno evolvibile e trasformabile ontogeneticamente), è per lo più riferibile all’eredità genetica, che è determinata dal caso, ci dobbiamo chiedere se non sia proprio una psiche di tipo particolare a fare sì che una persona scambi il male col bene, o meglio, che identifichi il proprio bene col male di qualcun altro. La cosa non deve sorprendere, poiché lo scenario della psichiatria e della psicoanalisi ci mostra come un disagio che colpisce la psiche non coincida necessariamente con l’atrofia o la degenerazione delle altre organizzazioni. Tanto è vero che ci sono personalità geniali (o almeno genialoidi) in un certo campo delle scienze o delle arti che ci rivelano come straordinarie facoltà intellettuali-razionali (nelle scienze e nella matematica) o idemali (nelle varie attività riconducibili all’estetica) possano accompagnarsi a condizioni psichiche decisamente precarie, o almeno piuttosto instabili. Se noi consideriamo l’ampio ventaglio di questi casi di disequilibrio mentale non ci stupiremo più se una branca di questi disturbi possa condurre a considerare “nemica”, “da eliminare” o almeno “da far soffrire” una certa ...


This page:




Help/FAQ | Terms | Imprint
Home People Pictures Videos Sites Blogs Chat
Top
.