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Cara carmela

Cara Carmela,
la lettera che ti ho spedito dopo 'l'infortunio' che mi ha portato a
esprimerti il mio desiderio pazzo di baciarti i piedi, quella lettera è
stata da te apparentemente ignorata per qualche tempo, del resto come hai
ignorato me e come mi aspettavo. Ma poi c’è stata una svolta
improvvisa. Dopo un certo periodo, che a me è sembrato eterno, in cui ti sei
'data', hai cominciato a adescarmi (è la parola precisa) giocando e
rigiocando a presentarti in casa con sandali e scarpe scollate che sai bene
come mi facciano impazzire. Mai hai avuto tante cose da raccontare
urgentemente alla tua più cara e frigida amica che, guarda caso, è mia
moglie. Stavi sempre da noi, perfino squagliandoti spesso e volentieri
dall’ufficio. Ti mettevi a parlare fitto fitto con Alda, tutte
stronzatine da oca mignotta come sei, amorazzi di ufficio e fuori,
probabilmente anche veri. Il tutto ovviamente ignorando con cura me, che
soffrendo come un idiota mi fingevo indaffarato e distratto lì intorno, pur
sapendo che tu ne avresti goduto e temendo nello stesso tempo che tu
veramente ignorassi la mia presenza. Però ricordo che un bel giorno sei
venuta a trovarci con delle scarpe anonime, di corsa perché ‘ti
scappava la pipì’, e subito ti sei affrettata a cambiartele in bagno
con un paio di deliziose ciabattine che ti lasciavano nudi i piedi: forse
sperando che io non avessi notato il movimento. Oppure sì. Fatto sta che da
quel giorno è cominciato tutto un nuovo rapporto segreto tra noi, che è
culminato, come ben ricorderai, un paio di settimane dopo, in quella volta
che ti presentasti in casa, sapendo che c'ero solo io, con ai piedi i famosi
sandali rossi che portavi in occasione del cosiddetto
‘infortunio’, e che non avevi più messo da allora. Come io
accennai, con la bocca secca dal desiderio ma fingendo una certa
non-chalance, al fatto che mi sembrava di riconoscerli e alla gioia,
'irripetibile', che mi avevano dato quel giorno (anche se solo un paio dei
miei baci erano andati a segno e un altro bel po’ se n’erano
sprecati sul pavimento sporco della cucina), tu mi rispondesti: "Perché
irripetibile? Se ti piacciono tanto, accomodati pure. Davvero vuoi ancora
baciarmi i piedi?" E così dicendo sfilasti un piede dal sandalo e lo
sollevasti verso il mio viso. Io feci finta di scherzare e lo baciai come se
facessi un baciapiede anziché un baciamano. Ma tu non scherzavi affatto.
Con voce roca mi ordinasti di sdraiarmi in terra perché mi avresti fatto
vedere ‘cosa voleva dire veramente essere uno schiavo'. Io
naturalmente obbedii e un istante dopo tu mi premesti con rabbia il piede
nudo sulla testa. Poi mi hai infilato le dita del piede in bocca.
"Succhiamele ad una ad una, schiavo. E leccami bene tra un dito e l'altro..
Guai a te se non me li pulisci perfettamente: stamattina non ho fatto in
tempo a farmi la doccia."
Pazzo di desiderio eseguii a puntino i tuoi ordini, e poi mi rivolsi
all'altro piede, ancora calzato nel sandalo. Feci per sfilartelo con le mani
ma tu mi ordinasti di togliertelo con i denti. Ma facevi resistenza e ti
divertivi a puntare il tacco a spillo sul pavimento in modo che io non
riuscissi a sfilarti la cinghietta dal tallone dorato. Alla fine ci sono
riuscito e tu mi hai premiato calpestandomi la testa senza pietà per dieci
buoni minuti a piedi nudi. Ti sei alzata in piedi dalla poltrona per farlo,
e intanto mi ripetevi 'Schiavo, schiavo... mi piace sentire la tua bocca e
il tuo collo sotto i miei piedi... Ormai sarai per sempre il mio schiavo.
Potrò ordinarti qualsiasi cosa e tu lo farai. D'accordo? Altrimenti ti
sputtanerò in giro...'
"Non farlo, ti prego", mugolai incollando la mia bocca sulle bellissime dita
dei tuoi piedi.
"E' meglio per te", confermasti gelida. "Adesso voglio che mi lappi i piedi
come un cane: cinquanta volte ogni piede."
Eseguii con la mia lingua avida che leccava, leccava le tue dita senza mai
stancarsi. Poi ti baciai e leccai le piante dei piedi ed i talloni, e
perfino l'interno dei sandali assaporandone il profumo di cuoio ed il
leggero sapore di sale delle tue adorabili orme. Leccai e leccai finché
cancellai quasi ogni traccia dei tuoi talloni. Per le piccole ombre delle
tue dita la cosa fu più difficile, perché i sandali erano chiusi in punta,
purtroppo.
"Adesso sali con la lingua su per le gambe, schiavo", mi ordinasti
all'improvviso afferrandomi con forza per i capelli e tirandomi su. Ti
riempii di baci le caviglie, e poi i polpacci (che hai un po’ troppo
robusti, ammettilo). Poi infilai la testa sotto la tua gonna e cominciai a
leccarti le cosce. All'interno.
Il profumo della tua potta mi faceva impazzire, ma io giocavo a girarci
intorno con la lingua, fino a leccarti gli orli delle mutandine che me la
nascondevano. Allora tu te le togliesti lentamente e nel far questo ne
approfittasti per darmi un'ultima distratta pestata completa di sandali
sulla testa. Poi mi guardasti dall'alto con la tua solita aria falsa e mi
chiedesti scusa. Ma nel dirmi questo mi hai ritirato su per i capelli e
senza tante storie mi hai pigiato la bocca sul tuo turgido clitoride.
"Succhiamelo!" mi hai ordinato.
Con la mia lingua a trecento al minuto, prima ti ho fatto ballare lo spirù,
e poi ho cercato di completare l'opera succhiando avidamente quel tuo coso
mentre tu mi strappavi quasi tutti i capelli mugolando di piacere. Qui mi
hai gridato "Voglio sentire la tua lingua nella mia fica, presto!", e con
una sequela di gemiti te ne sei venuta non so quante volte nella mia bocca.
Beate voi donne! Ricorderò per sempre il sapore e l'odore delle tue essenze,
Carmela!
Ma appena soddisfatta, hai ripreso subito la tua aria indifferente ed hai
respinto la mia testa sul tappeto e ci hai calcato il tuo piede nudo sopra,
mentre ti sporgevi ad accendere la televisione.
"Voglio vedere il tempo di domani", hai detto con voce atona. "Vorrei uscire
a cavallo."
"E io?" ho protestato scanzando il tuo piede dalla mia bocca.
"Tu sei soltanto il mio schiavo. Anzi il tappeto sotto i miei piedi. Può
avere dei desideri un tappeto? Sta’ zitto e fammi sentire", hai
concluso calcandomi un piede sul collo e l'altro sulla bocca.
Erano piedi divini anche visti da sotto. Morbidi. Sapevano di sandalo. Di
sandalo rosso.
Poi te ne andasti di colpo, senza neppure salutarmi.
Ma la nostra avventura non era finita lì. Pettegola e un po’ stupida
come sei, avevi sicuramente confidato tutto a tua sorella Teresa, già la
sera stessa del cosiddetto "incidente", ci scommetto. Oh, immagino benissimo
l'aria falsamente allarmata con cui le hai raccontato di come strisciavo sul
pavimento della cucina cercando di afferrarti i piedi e riportato ad una ad
una le mie parole ("Carmela, io non ne posso più, aiutami, ti prego: ho una
voglia pazza di baciarti i piedi!"), e poi come abbiate finito col riderne
entrambe alle mie spalle. E' inutile che ora seguiti a negarlo. Me ne ero
accorto subito. Già la prima volta che mi capitò di vedere Teresa qualche
giorno dopo l’infortunio, lei mi accolse con tale inusuale e divertito
entusiasmo che io ho capito subito che tu l'avevi messa bene al corrente di
tutto. Senza contare che in quell’occasione la sportivissima Teresa
s’era presentata con certe scarpe nere scollatissime, col tacco alto e
aperte in punta da cui fuoriuscivano due o tre dita laccate a puntino di
rosso fuoco e andava sventolandomele distrattamente sotto gli occhi, mentre
quasi paonazza in faccia negava con eccessiva foga che tu le avessi detto
"qualcosa" di me. Anche Teresa è una bella donna, e ti confesso che sono
stato ad un pelo dal gettarmi ai suoi piedi e baciarglieli, pazzo come sono.
Purtroppo mi sono trattenuto. Dico purtroppo, perché senza pazzie il mondo è
una vera noia mortale. D'altra parte bisogna stare molto attenti a
commettere pazzie solo con persone intelligenti, altrimenti, passata la
sbornia, è terribile dover affrontare il perbenismo falso e idiota di una
donna che in realtà non vede l'ora di scappare via a raccontare tutto in
giro, raccomandando però di non dire niente a nessuno. Pazienza...! E' uno
dei prezzi della fantasia e dell'intelligenza. Come vedi, io non ho nemmeno
paura di scrivere queste cose che la maggior parte delle persone, ammesso
che trovino la disperazione di farle quelle cose, poi non avrebbero mai il
coraggio di ammetterle neppure con se stesse.
Comunque a questo punto tu ti starai chiedendo il motivo di questa mia
lettera. E io invece non te lo dico adesso. Te lo dirò soltanto di persona,
se mi concederai un’altra seduta, o mia padrona. Sabato sarò solo in
casa tutto il giorno. Porta anche le tue ciabattine di cuoio puzzolenti. Ti
aspetto, la cosa riguarda anche Teresa, se già non lo sai.

Tuo schiavo gregorio


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