peperonity.net
Welcome, guest. You are not logged in.
Log in or join for free!
 
Stay logged in
Forgot login details?

Login
Stay logged in

For free!
Get started!

Text page


finaldestinazion.peperonity.net

GALATEO

Giovanni Della Casa

Galateo
overo de' costumi

[XVIII]
(Le persone schifano l'amicizia dei maldicenti
- condanna dell'eccesso del dar consigli)

D'altrui né delle altrui cose non si dee dir male, tutto che paia che a ciò si prestino in quel punto volentieri le orecchie, mediante la invidia che noi per lo più portiamo al bene et all'onore l'un dell'altro; ma poi alla fine ogniuno fugge il bue che cozza, e le persone schifano l'amicizia de' maldicenti, facendo ragione che quello che essi dicono d'altri a noi, quello dichino di noi ad altri. Et alcuni, che si oppongono ad ogni parola e quistionano e contrastano, mostrano che male conoscano la natura degli uomini, ché ciascuno ama la vittoria, e lo esser vinto odia, non meno nel favellare che nello adoperare: sanza che il porsi volentieri al contrario ad altri è opera di nimistà e non d'amicizia. Per la qual cosa colui che ama di essere amichevole e dolce nel conversare non dee aver così presto il:
- Non fu così -
e lo
- Anzi sta come vi dico io -,
né il metter sù de' pegni, anzi si dee sforzare di essere arrendevole alle openioni degli altri d'intorno a quelle cose che poco rilevano. Percioché la vittoria in sì fatti casi torna in danno, conciosiaché vincendo la frivola quistione si perde assai spesso il caro amico e diviensi tedioso alle persone, sì che non osano di usare con esso noi, per non essere ognora con esso noi alla schermaglia; e chiamanci per soprannome M(esser) Vinciguerra, o Ser Contraponi, o Ser Tuttesalle, e talora il Dottor Sottile. E se pure alcuna volta aviene che altri disputi invitato dalla compagnia, si vuol fare per dolce modo e non si vuol essere sì ingordo della dolcezza del vincere che l'uomo se la trangugi, ma conviene lasciarne a ciascuno la parte sua; e, torto o ragione che l'uomo abbia, si dee consentire al parere de' più o de' più importuni e loro lasciare il campo, sì che altri e non tu sia quegli che si dibatta e che sudi e trafeli. Ché sono sconci modi e sconvenevoli ad uomini costumati, sì che se ne acquista odio e malavoglienza; et, oltre a-cciò, sono spiacevoli per la sconvenevolezza loro, la quale per se stessa è noiosa agli animi ben composti, sì come noi faremo per aventura menzione poco appresso. Ma il più della gente invaghisce sì di se stessa, che ella mette in abbandono il piacere altrui: e, per mostrarsi sottili et intendenti e savii, consigliano e riprendono e disputano et inritrosiscono a spada tratta, et a niuna sentenza s'accordano, se none alla loro medesima. Il proferire il tuo consiglio non richiesto niuna altra cosa è che un dire di esser più savio di colui cui tu consigli, anzi un rimproverargli il suo poco sapere e la sua ignoranza. Per la qual cosa non si dee ciò fare con ogni conoscente, ma solo con gli amici più stretti e verso le persone il governo e regimento delle quali a noi appartiene, o veramente quando gran pericolo soprastesse ad alcuno, eziandio a noi straniero; ma nella comune usanza si dee l'uomo astenere di tanto dar consiglio e di tanto metter compenso alle bisogne altrui: nel quale errore cadono molti, e più spesso i meno intendenti. Percioché agli uomini di grossa pasta poche cose si volgon per la mente, sì che non penano guari a deliberarsi, come quelli che pochi partiti da essaminare hanno alle mani; ma, come ciò sia, chi va proferendo e seminando il suo consiglio mostra di portar openione che il senno a-llui avanzi et ad altri manchi. E fermamente sono alcuni che così vagheggiano questa loro saviezza che il non seguire i loro conforti non è altro che un volersi azzuffare con esso loro, e dicono:
- Bene sta; il consiglio de' poveri non è accettato -
et
- Il tale vuol fare a suo senno -
et
- Il tale non mi ascolta -;
come se il richiedere che altri ubidisca il tuo consiglio non sia maggiore arroganza che non è il voler pur seguire il suo proprio. Simil peccato a questo commettono coloro che imprendono a correggere i difetti degli uomini et a riprendergli; e d'ogni cosa vogliono dar sentenza finale, e porre a ciascuno la legge in mano:
- La tal cosa non si vuol fare -
e
- Voi diceste la tal parola -
e
- Stoglietevi dal così fare e dal così dire -
e
- 'l vino che voi beete non vi è sano, anzi vuole esser vermiglio -
e
- Dovreste usare del tal lattovaro e delle cotali pillole -;
e mai non finano di riprendere, né di correggere. E lasciamo stare che a talora si affaticano a purgare l'altrui campo, che il loro medesimo è tutto pieno di pruni e di ortica; ma egli è troppo gran seccaggine il sentirgli. E sì come pochi o niuno è cui soffera l'animo di fare la sua vita col medico o col confessore e molto meno col giudice del maleficio, così non si truova chi si arrischi di avere la costoro domestichezza, percioché ciascuno ama la libertà, della quale essi ci privano, e parci esser col maestro. Per la qual cosa non è dilettevol costume lo essere così voglioso di correggere e di ammaestrare altrui; e deesi lasciare che ciò si faccia da' maestri e da' padri, da' quali pure perciò i figliuoli et i discepoli si scantonano tanto volentieri quanto tu sai che e' fanno!

[XIX]
(Bando agli scherni e alle ingiurie
- occorre saper fare bene le beffe)

Schernire non si dee mai persona, quantunque inimica, perché maggior segno di dispregio pare che si faccia schernendo che ingiuriando, conciosiaché le ingiurie si fanno o per istizza o per alcuna cupidità, e niuno è che si adiri con cosa (o per cosa) che egli abbia per niente, o che appetisca quello che egli sprezza del tutto: sì che dello ingiuriato si fa alcuna stima e dello schernito niuna o picciolissima. Et è lo scherno un prendere la vergogna che noi facciamo altrui a diletto sanza pro alcuno di noi, per la qual cosa si vuole nella usanza astenersi di schernire nessuno: in che male fanno quelli che rimproverano i difetti della persona a coloro che gli hanno, o con parole, come fece messer Forese da Rabatta, delle fattezze di maestro Giotto ridendosi, o con atti, come molti usano, contrafacendo gli scilinguati o zoppi o qualche gobbo. Similmente chi si ride d'alcuno sformato o malfatto o sparuto o picciolo, o di sciocchezza che altri dica fa la festa e le risa grandi, e chi si diletta di fare arrossire altrui: i quali dispettosi modi sono meritatamente odiati. Et a questi sono assai somiglianti i beffardi, cioè coloro che si dilettano di far beffe e di uccellare ciascuno, non per ischerno, né per disprezzo, ma per piacevolezza. E sappi che niuna differenza è da schernire a beffare, se non fosse il proponimento e la intenzione che l'uno ha diversa dall'altro, conciosiaché le beffe si fanno per sollazzo e gli scherni per istrazio, comeché nel comune favellare e nel dettare si prenda assai spesso l'un vocabolo per l'altro: ma chi schernisce sente contento della vergogna altrui e chi beffa prende dello altrui errore non contento, ma sollazzo, là dove della vergogna di colui medesimo, per aventura, prenderebbe cruccio e dolore. E, comeché io nella mia fanciullezza poco innanzi procedessi nella grammatica, pur mi voglio ricordare che Mitione, il quale amava cotanto Eschine che egli stesso avea di ciò maraviglia, non di meno prendea talora sollazzo di beffarlo, come quando e' disse seco stesso: - Io vo' fare una beffa a costui -. Sì che quella medesima cosa a quella medesima persona fatta, secondo la intenzion di colui che la fa, potrà essere beffa e scherno: e percioché il nostro proponimento male può esser palese altrui, non è util cosa nella usanza il fare arte così dubbiosa e sospettosa. E più tosto si vuol fuggire che cercare di esser tenuto beffardo, perché molte volte interviene in questo, come nel ruzzare o scherzare, che l'uno batte per ciancia e l'altro riceve la battitura per villania, e di scherzo fanno zuffa; così quegli che è beffato per sollazzo e per dimestichezza si reca talvolta ciò ad onta et a disonore e prendene sdegno, sanza che la beffa è inganno, et a ciascuno naturalmente duole di errare e di essere ingannato. Sì che per più cagioni pare che chi procaccia di esser ben voluto et avuto caro non debba troppo farsi maestro di beffe. Vera cosa è che noi non possiamo in alcun modo menare questa faticosa vita mortale del tutto sanza sollazzo né sanza riposo: e perché le beffe ci sono cagione di festa e di riso e, per conseguente, di ricreazione, amiamo coloro che sono piacevoli e beffardi e sollazzevoli. Per la qual cosa pare che sia da dire in contrario, cioè che pur si convenga nella usanza beffare alle volte e similmente motteggiare. E sanza fallo coloro che sanno beffare per amichevol modo e dolce sono più amabili che coloro che no 'l sanno né possono fare; ma egli è di mestiero avere risguardo in ciò a molte cose; e, conciosiaché la intenzion del beffatore è di prendere sollazzo dello errore di colui di cui egli fa alcuna stima, bisogna che l'errore nel quale colui si fa cadere sia tale che niuna vergogna notabile né alcun grave danno gliene segua: altrimenti mal si potrebbono conoscere le beffe dalle ingiurie. E sono ancora di quelle persone con le quali, per l'asprezza loro, in niuna guisa si dee motteggiare, sì come Biondello poté sapere da messer Filippo Argenti nella loggia de' Caviccioli. Medesimamente non si dee motteggiare nelle cose gravi, e meno nelle vituperose opere, percioché pare che l'uomo, secondo il proverbio del comun popolo, si rechi la cattività a scherzo, comeché a madonna Filippa da Prato molto giovassino le piacevoli risposte da lei fatte intorno alla sua disonestà! Per la qual cosa non credo io che Lupo degli Uberti alleggerisse la sua vergogna, anzi la aggravò, scusandosi per motti della cattività e della viltà da-llui dimostrata, ché, potendosi tenere nel castello di Laterina, vedendosi steccare intorno e chiudersi, incontinente il diede, dicendo che nullo Lupo era uso di star rinchiuso; perché, dove non ha luogo il ridere, quivi si disdice il motteggiare et il cianciare.

[XX]
(Sui motti di spirito)

E dèi oltre a-cciò sapere che alcuni motti sono che mordono et alcuni che non mordono; de' primi voglio che ti basti il savio ammaestramento che Lauretta ne diede, cioè che i motti come la pecora morde deono così mordere l'uditore, e non come il cane: percioché, se come il cane mordesse, il motto non sarebbe motto ma villania; e le leggi quasi in ciascuna città vogliono che quegli che dice altrui alcuna grave villania sia gravemente punito; e forse che si conveniva ordinar similmente non leggieri disciplina a chi mordesse per via di motti oltra il convenevole modo; ma gli uomini costumati deono ...


This page:




Help/FAQ | Terms | Imprint
Home People Pictures Videos Sites Blogs Chat
Top
.